MAKING A MURDERER: nuove svolte nel caso che ha ispirato la famosa serie su Netflix

Nel 2015, grazie alla serie di successo Making a Murderer, Netflix ha fatto conoscere al mondo Steven Avery e suo nipote Brendan Dassey, condannati per aver ucciso Teresa Halbach nel 2006. Avery aveva sempre insistito sul fatto che fosse stato incastrato dalle forze dell’ordine.

Molti dubbi furono poi sollevati in merito all’interrogatorio di Dassey, spinto a confessare cose che (forse) non aveva commesso, e la questione è rimbalzata di continuo da un tribunale all’altro. La difesa, però, si è ora scontrata con un ostacolo importante come la Corte Suprema, che ha rifiutato di prendere in considerazione il caso. Dassey confessò di aver aiutato lo zio Steven ad uccidere la Halbach, ma non c’erano prove fisiche che li collegassero al crimine. Gli avvocati di Dassey hanno sostenuto che il loro cliente, che aveva 16 anni al momento della sua confessione, non era nel pieno delle sue facoltà mentali e che le tattiche degli investigatori resero la sua confessione involontaria in base al V° e XIV° emendamento.

Nel 2016, un giudice federale accolse la difesa degli avvocati di Dassey, indicando che le tattiche di interrogatorio degli investigatori furono ingannevoli e che Dassey venne manipolato. Ma l’accusa si appellò alla decisione e nel 2017 una Corte d’appello ribaltò il verdetto, stabilendo che la confessione fu invece volontaria. La decisione ora della Corte suprema di non ascoltare il caso ha praticamente reso la sentenza della Corte d’appello valida.

Jerome Buting, uno degli ex avvocati di Avery, ha twittato oggi che Dassey ha ancora alcune possibilità e che nuove prove venute alla luce nonché la ‘Brady violation’ (riferimento a un caso della Corte Suprema in cui i pubblici ministeri negarono un giusto processo sopprimendo prove favorevoli all’imputato) saranno applicati al processo Dassey.


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