Russiagate, inizia il processo a Paul Manafort. Trump chiede lo stop immediato delle indagini

Non accenna a risolversi la controversa questione delle interferenze russe nelle ultime elezioni americane: l’ex capo della campagna elettorale di Trump sotto processo dal 31 luglio

«Fermate immediatamente questa caccia alle streghe» tuona il Presidente degli Stati Uniti in un tono davvero poco presidenziale attraverso il suo account Twitter, in riferimento alle indagini sulle interferenze russe nel voto americano che lo avrebbero portato alla vittoria. Non è una novità che Donald Trump non tenga in alcun conto le indagini portate avanti dal Procuratore speciale Robert Mueller, incaricato di indagare tra i membri della campagna elettorale del Presidente e tra quelli a lui più vicini, compreso il genero Jared Kushner, una delle stelle più brillanti dello staff presidenziale, già oscurata dallo scorso febbraio quando ha subito un vero e proprio declassamento dopo essere stato inserito tra gli indagati dal Procuratore Mueller: da allora, infatti, gli è stato impedito l’accesso a gran parte dei documenti riservati dell’amministrazione, pur mantenendo il suo posto alla Casa Bianca. Dal 31 luglio, invece, tocca a Paul Manafort – ex capo della campagna elettorale di Trump – tentare di scagionarsi dalle accuse rivoltegli: l’avvocato e consulente politico del Presidente rischia decenni di carcere per frode fiscale e truffa, accusato di aver guadagnato oltre 60 milioni di dollari lavorando in Ucraina e nascondendo gran parte di quella somma al fisco americano. A ciò si aggiunge l’accusa di aver richiesto prestiti bancari in maniera fraudolenta, anche mentre lavorava per la campagna elettorale di Trump.

Il Presidente furioso per la piega presa dalle indagini ha affermato tramite il suo social network di fiducia che Robert Mueller sarebbe in conflitto di interessi, e che la sua indagine andrebbe bloccata immediatamente. La Casa Bianca si affretta a precisare che quello del Presidente non è un ordine rivolto al Segretario alla giustizia Session, ma semplicemente un suggerimento. È noto infatti che il tycoon non sarebbe contento dell’operato del suo Segretario, che più volte è stato ritenuto sull’orlo del licenziamento, come metà dello staff iniziale del Presidente Trump che non è sopravvissuto al primo anno di mandato. Pur difendendo Paul Manafort, però, il Presidente ne prende le distanze, affermando di aver lavorato con lui per un periodo assai breve, e che nessuno lo aveva avvisato che fosse già sotto indagine, concludendo il suo settimo tweet di fila con la solita esclamazione: «è una bufala!». Insomma, tutto e il contrario di tutto, come Trump ha abituato i suoi elettori e la stampa sin dai primi giorni della sua campagna elettorale, e la situazione è resa ancora più incredibile da uno dei suoi sostenitori di maggior fiducia: Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, si è esibito in questi giorni in una serie di appassionate difese del Presidente in svariati programmi televisivi, accusando Mueller e Michael Cohen, l’ex avvocato di Donald Trump, che definisce pubblicamente «un bugiardo». Pare infatti che Cohen intenda collaborare con le indagini sul Russiagate, sperando di migliorare la propria posizione su una serie di reati che gli vengono contestati: dopo aver divulgato l’audio in cui Trump gli chiedeva di comprare col denaro il silenzio di una coniglietta di Playboy con cui avrebbe avuto una relazione, sarebbe adesso pronto a testimoniare sull’incontro tra Donald Trump jr., Paul Manafort e Jared Kushner con alcuni funzionari russi durante la campagna elettorale del 2016.


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