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Napoli

Inflazione: Napoli, la capitale dell’aumento dei prezzi

L’indice mensile dei prezzi al consumo di dicembre, a Napoli, è salito dello 0,6%. Il tasso tendenziale annuo si colloca all'11,1%.

Le previsioni per il capoluogo campano non erano favorevoli già prima delle feste: i dati Istat del mese di settembre mettevano in evidenza un tasso di incremento annuo dei beni alimentari del 12,3%, superiore alla media nazionale, attestata all’11,6%. Dicembre in particolar modo è stato un mese difficile che ha colpito soprattutto le famiglie meno abbienti: i dati dell’Istat diffusi dal Comune mostrano che a Napoli l’indice mensile dei prezzi al consumo è salito dello 0,6% e il tasso tendenziale si colloca all’11%. Secondo l’ultimo Rapporto Svimez, ci sarebbe un “differenziale sfavorevole al Mezzogiorno”; detto in parole povere nella spesa del consumatore medio del Sud prevalgono i beni di consumo più colpiti dal rincaro delle materie prime, mentre al Centro-Nord l’aumento dei prezzi incide decisamente di meno. Le ragioni di questo divario sono ancora una volta attribuibili alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito nelle diverse regioni (la differenza del reddito pro capite del Sud resta il 54% di quello del Centro-Nord). Secondo Luca Bianchi, direttore generale della Svimez: “Nel Mezzogiorno è di gran lunga più estesa la platea di famiglie con redditi collocabili nella parte inferiore della distribuzione, per le quali è prevalente la spesa destinata all’acquisto di beni di consumo di prima necessità”. Sempre secondo il direttore della Svimez una famiglia su tre del Sud presenterebbe una spesa media mensile minore o uguale a quella del 20% più povero delle famiglie italiane presenti in tutto il territorio, mentre per quanto riguarda il Centro e il Nord ci si aggira rispettivamente al 14% e al 13%. Considerando dunque che i beni alimentari hanno subito un incremento dell’8,9% e l’insieme delle spese legate all’abitazione, all’acqua, all’elettricità e alla spesa per i combustibili invece un incremento del 34,9%, le famiglie più povere destineranno l’82,1% delle proprie spese in beni strettamente necessari. Ci si potrebbe chiedere perché proprio al Sud si avverte così tanto il peso dell’inflazione: la risposta risiede in parte nel rallentamento stagionale del turismo, ma a spiegarlo sono soprattutto le dinamiche economiche; gli effetti dell’inflazione, provocati dall’incremento delle materie prime, colpiscono i consumatori con un ritardo di alcuni trimestri. Questi sono dati che amareggiano soprattutto se si pensa che lo scorso novembre l’Osservatorio permanente di Confimprese-Jakala assegnò al Mezzogiorno la palma d’oro per la maggiore crescita dei consumi in Italia con un +4% rispetto all’anno precedente, tra ristorazione, abbigliamento-accessori e retail non food. Le previsioni per il 2023 tuttavia per quanto relative rispetto alla condizione difficile del Sud, prospettano un notevole calo dell’inflazione rispetto all’11% di oggi: al Sud l’inflazione sarà del 5,7% e al Centro-Nord del 4,5%

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