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Antonio Mariconda e la novella napoletana

Antonio Mariconda rappresenta uno dei novellieri di spicco della Napoli cinquecentesca con le sue Tre giornate delle favole de l’Aganippe, impresse nel Regno di Napoli (all’epoca sotto il dominio del viceré Pedro de Toledo) per Giampaolo Suganappo nel 1550, con grazia di Papa Paolo III. La data si rilegge alla fine, nel mezzo di un fregio. Il libro, catalogato nelle raccolte ottocentesche del conte Borromeo da Padova, del Papanti e del Gamba come rarissimo, è in 4°, composto da 129 carte, tra cui le prime tre che contengono il frontespizio e la tavola dei racconti, e le ultime tre con le correzioni tipografiche in corsivo. L’opera consta di 30 favole, di stampo boccacciano, in tre giornate ugualmente divise: i racconti della prima decade mostrano un’unità tematica, a differenza delle altre due, ovverosia il motivo della superbia punita.

Il Mariconda, misconosciuto gentiluomo napoletano, di cui possediamo scarne ed incerte notizie biografiche (di lui si sa che recitò nella commedia anonima Gli ingannati e che fu egli stesso autore della Philenia, prima commedia composta a Napoli ed indirizzata alla principessa di Sulmona, Isabella Colonna) dedica il suo libro alla principessa di Salerno che magnifica, nel principio, con un sonetto tratto dalle Rime del poeta Angelo Costanzo, vittima dell’ostracismo del viceré. Le favole, “et non historiae”, della raccolta vengono raccontate da alcuni gentiluomini presso la sorgente dell’Aganippe – luogo che rimanda a quell’omonima fonte sacra alle Muse sul monte Elicona, che dava l’ispirazione poetica a chiunque bevesse la sua acqua –  non molto lontana da Salerno: la cornice offre il dato occasionale del narrare secondo cui Isabella Villamarino, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno - di cui il Mariconda si professa servitore, nell’avviso ai lettori della sua opera – per sfuggire all’eccessiva canicola, si reca fuori Salerno dove, per ingannare la noia ed allietare le giornate, invita cinque gentiluomini del seguito a raccontare “de così fatte trasformazioni, over favole che voglian dire […] non altrimenti che s’elle fussero novelle”. Grazie a tale florilegio, il Mariconda sperava di ricevere accoglienza contro “l’ira de’nemici” presso la corte reale, come sottolinea nel proemio, in cui celebra altresì la capitale dei Sanseverino, Salerno, proposta come realtà alternativa alla Napoli vicereale, accentratrice ed autoritaria.

L’ambientazione salernitana dell’opera del Mariconda, così come quella anconetana della suddetta commedia, fu una scelta obbligata, a causa degli eventi cruciali che segnarono la Napoli vicereale, per cui ogni allusione locale era bandita: ci fu, difatti, un inasprimento dei malumori contro la politica dispotica di Pietro di Toledo – inizialmente più propenso ad iniziative culturali –  culminanti proprio nel 1547 coi disordini popolari scoppiati per il tentativo di introdurre l’inquisizione a Napoli; inoltre, partì un’ambasceria alla volta dell’imperatore, capeggiata proprio dal Sanseverino, per chiedere la destituzione del viceré (bisogna sottolineare che tale avvenimento segnerà l’inizio della fine umana e politica del principe salernitano, la cui caduta si ripercuoterà sul Mariconda, tanto che non si hanno più sue notizie dopo l’edizione delle Tre giornate).

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