Il Cinquecento, il secolo della novella

 

Sulla scia del Decamerone, il Cinquecento rappresenta il saeculum mirabile per la produzione di raccolte novellistiche, sillogi interessanti da un punto di vista letterario, anche per andare oltre quel tatuaggio di res nullius che si portano dietro. Si pensi ai Ragionamenti di Agnolo Firenzuola, ai Trattenimenti di Scipione Bargagli, a Le giornate delle novelle dei novizi ed a Le piacevoli et amorose notti dei novizi di Pietro Fortini, alle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola, ai Diporti di Girolamo Parabosco, alle Dodici giornate di Silvan Cattaneo, alle Novelle di Matteo Bandello, alla Zucca di Anton Francesco Doni, alla Fonte del diporto del Borgogni, alle Cento novelle scelte da’ più nobili scrittori in lingua volgare di Francesco Sansovino, al Giuoco Piacevole di Ascanio de’ Mori da Ceno, alle Sei giornate di Sebastiano Erizzo, agli Ecatommiti di Giovan Battista Giraldi Cinzio.

Ma, per quanto la componente toscana esiga il privilegio delle sillogi di narrazione breve, il corso della novella del XVI secolo si apre a Napoli con le Novellae et Fabulae di Girolamo Morlini, il primo, per convenzione, tra i narratori cinquecenteschi. Tale cammino si esaurirà sempre nella città partenopea con le Tre giornate delle favole de l’Aganippe di Antonio Mariconda, con il Fuggilozio di Tommaso Costo, debitore della meticolosa descrizione partenopea che inaugurava lo scritto maricondiano, e con la Mergellina di Giulio Cesare Capaccio, per poi riemergere nella prima metà del secolo barocco con Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille (noto anche col titolo di Pentamerone) di Giambattista Basile, il primo ad utilizzare la fiaba, in dialetto, come forma di espressione popolare, e con la Posilecheata di Pompeo Sarnelli.

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