La Simonia e l'elezione papale

Oggigiorno, se durante l’elezione del Romano Pontefice venisse commesso il crimine della simonia, tutti coloro i quali ne fossero coinvolti, incorrerebbero nella scomunica lata sententia per il semplice fatto di aver compiuto l’infame delitto e verrebbero scomunicati dall’istituzione ecclesiastica. 

In passato, dopo la vicenda di Simon Mago, un primo divieto ad agire in modo simoniaco nell’elezione del Vescovo di Roma risale a Niccolò II con la Constitutio Apostolica In Nomine Domini del 13 aprile 1059: il Pontefice, riferendosi ai lavori dell’elezione, dispose che si vigilasse accuratamente affinché il morbo della venalità (venalitatis morbum) non si insinuasse mai. Se il fenomeno della simonia con l’elezione di Alessandro VI nel 1492 raggiunse il proprio acme, il primo legislatore che utilizzò il termine simonia in un documento legislativo ufficiale riguardante l’elezione pontificia fu Papa Giulio II che, con la Constitutio Apostolica Cum tam divino del 1505, decretò che tutti i Cardinali potessero disobbedire e proclamare contagiato da infezione simoniaca, da infedeltà e da apostasia, nonché da mera e certa eresia, qualunque Papa fosse salito al soglio pontificio simoniacamente oppure come un eresiarca. Il Collegio cardinalizio, senza divenire scismatico, poteva chiedere aiuto al Braccio Secolare, cioè all’autorità civile, contro il Pontefice eletto simoniacamente, se questi avesse voluto interferire nell’amministrazione della Chiesa. Inoltre, tutti quei Vescovi o Intermediari, responsabili dell’elezione simoniaca del Papa, perdevano benefici e dignità, e tutte le obbligazioni simoniache erano dichiarate nulle. Infine, quei Cardinali che non fossero stati complici dell’elezione simoniaca del Papa avrebbero potuto eleggerne un altro e, eventualmente, convocare un Concilio Generale.

Ma, la veemenza con cui intervenne Giulio II non bastò a porre fine alla simonia. Infatti, dopo 50 anni, Paolo IV si diede da fare nuovamente per condannare tale abuso emanando la Bolla Cum secundum Apostolum, il 15 novembre 1558, dove confermò e rinnovò le precedenti disposizioni contro i faccendieri del papato. In particolare, egli estese le pene anche ai complici di tale delitto nefando, qualora non avessero rivelato il crimine, mentre concesse il perdono a tutti coloro che avessero collaborato rivelando gli atroci misfatti. Tutte queste disposizioni continuarono ad essere valide fino ad inizio Novecento con Papa Pio X.

Nel Codice di diritto canonico del 1917 (noto anche come Codice Pio-Benedettino perché elaborato durante i pontificati di Pio X e di Benedetto XV. Esso verrà sostituito dal nuovo CIC promulgato da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983) è presente la catalogazione di due tipi di simonia: la simonia di diritto ecclesiastico e la simonia di diritto divino. Mentre la prima definizione fa riferimento all’acquisto di cariche religiose, si definisce “simonia di diritto divino” la volontà di compravendere, in un arco temporale, una cosa intrinsecamente spirituale, come ad esempio i Sacramenti, la consacrazione, le investiture, la giurisdizione ecclesiastica o le indulgenze; oppure una cosa temporale annessa ad una cosa spirituale, in modo tale che la cosa temporale non possa sussistere in alcun modo senza quella spirituale, per esempio il beneficio ecclesiastico; o, infine, una cosa spirituale fatta oggetto, anche solo parzialmente, di un contratto, come, ad esempio, la consacrazione nella vendita di un calice.

Pio X colpì tutti quelli che erano complici nell’elezione simoniaca ma non colpì direttamente “l’eletto simoniaco”. Il motivo di tale decisione, confermata dai suoi successori più prossimi come Benedetto XV e Pio XI, è ricordata nella Constitutio Apostolica Vacante Sede Apostolica: il Legislatore temeva che un eventuale tentativo di delegittimare il Papa, canonicamente eletto senza alcun crimine di simonia o altro espediente contrario al diritto stesso, potesse trovare nel disposto di Giulio II un valido appiglio. Infatti, accusando falsamente il Pontifex Romanus di essere stato eletto in maniera simoniaca, si sarebbe potuto attentare alla validità della sua elezione ed alla sua legittima potestà sulla Chiesa universale. Tuttavia, la legge in vigore mantiene e condivide pienamente la scelta di Pio X sulla validità dell’eventuale nomina simoniaca precisando, però, che tutti coloro i quali tentassero di compiere tale crimine, sia conseguendo l’elezione desiderata che fallendo nell’intento, sarebbero colpiti immediatamente da scomunica lata sententia, forma di comminazione della pena canonica non collegata ad una sua espressa dichiarazione oppure ad una sentenza esplicitamente pronunciata da uno specifico organismo ecclesiastico, come vale per la scomunica ferenda sententia, bensì soltanto al fatto che si commetta il sopraccennato comportamento delittuoso. 

 

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