La Simonia nella storia

La Simonia era, nel Medioevo, la compravendita di cariche ecclesiastiche. Più in generale, il termine, utilizzato dall’XI secolo, indica il commercio di beni sacri spirituali ottenendone vergognoso, ignominioso ed avido lucro. 

La sua derivazione risiede nell’episodio narrato nell’VIII capitolo degli Atti degli Apostoli (vv. 924), in cui Simone di Samaria si macchiò di una colpa antiparacletologica, cioè contro lo Spirito Santo, consistente nella volontà di far mercato delle cose sacre. Egli veniva detto ‘Mago’ perché era un guaritore praticante le arti magiche; il quale, dopo aver ricevuto il battesimo e divenuto seguace di Filippo, uno dei sette diaconi scelti dopo la Pentecoste affinché si prendessero cura delle vedove e dei poveri, nonché evangelizzatore della città di Samaria come seguace del protomartire Stefano e vescovo della Lidia, volendo aumentare i propri poteri, chiese a San Pietro di trasferirgli, in cambio di denaro, il potere taumaturgico di conferire ai fedeli i doni dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani. L’Apostolo, irritato, gli rispose con un reciso e netto diniego, Argentum tuum tecum sit in perditionem, quoniam donum Dei existimasti pecunia possideri (“Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio”).

Già Isidoro di Siviglia, vescovo della città spagnola nel VI secolo durante il dominio dei Visigoti, nella propria summa enciclopedia, le Etymolgiae, bollò i simoniaci come eretici; mentre, nel XIII secolo, nella Summa Theologiae, San Tommaso d’Aquino, definì la simonia come «La volontà premeditata o deliberata di acquistare o di vendere un bene spirituale o ad esso connesso»

Dopo l’Editto di Milano (noto anche come Editto di Costantino), del febbraio 313 d.C., con cui si pose ufficialmente fine a tutte le persecuzioni religiose e fu decretata la neutralità dell’Impero nei confronti di qualsiasi fede, la Chiesa cristiana poté disporre di molti beni terreni per cui si registrarono casi di ecclesiastici che brigarono per conseguire cariche e potere mediante denaro. La simonia, quindi, fu dapprima condannata col secondo canone della quinta sessione del concilio di Calcedonia nel 451 e, in seguito, nel concilio di Clermont del 535 ed in quelli di Orléans del 533 e del 549 per la propria gravità non soltanto come semplice illecito, ma come vera e propria eresia contro lo Spirito Santo (secondo la definizione di papa Gregorio I, Simoniaca Heresis). Sempre in questi concili, inoltre, fu disposta la deposizione per tutti i preti simoniaci, cioè per quegli ecclesiastici che comprassero suffragi per la loro elezione. 

La simonia è ampiamente testimoniata nell’età merovingia, ma si   diffuse in modo particolare nella società feudale, più precisamente nell’epoca postcarolingia, quando, all’acquisto di dignità ecclesiastiche, si legò il godimento di grandi possessi fondiari, di veri e propri feudi e di ampi diritti giurisdizionali nelle campagne e nelle città. Ciò comportava, tra l’altro, che vescovi ed abati, per fronteggiare le spese incontrate, gravassero spesso sui loro sudditi (da qui derivarono anche le ribellioni del basso clero e del popolo, ed il serpeggiare di movimenti pauperistici ed ereticali contro la corruzione del clero simoniaco, come quelli evangelico-estremisti). 

Con il Capitolare di Quierzy (14 giugno 877) che sancì, di fatto, il passaggio per eredità delle cariche feudali maggiori, re ed imperatori trovarono comodo assegnare grandi poteri temporali ai vescovi (che non potevano avere prole legittima) e, per di più, si riservarono il potere di nomina, spesso sulla base di criteri strettamente mondani, ignorando, quindi, completamente le attitudini etico-religiose del loro prescelto. In particolare, ciò facilitò la diffusione della simonia: veniva eletto quel cortigiano che era in grado di ricompensare maggiormente il sovrano, rifacendosi, poi, a quei vantaggi associati all'esercizio della carica ecclesiastica. La nomina di ecclesiastici da parte di laici entrò nella prassi degli imperatori tedeschi con la politica clericale di Ottone di Sassonia detto ‘il Grande’ e sarà anche alla base della lotta per le investiture nei secoli XI e XII.  

Al contrario, la Chiesa romana tentò di contrastare la simonia precisando la legislazione in merito e cercando di rendere la nomina dei vescovi autonoma dal potere laico, soprattutto nell’XI secolo con i Papi Riformatori, Leone IX, Gregorio VII, Innocenzo III, Urbano II e Pasquale II; purtroppo, però, essa era profondamente connessa al potere politico-economico dei benefici ecclesiastici e da tale motivo derivò la grandissima difficoltà di sopprimerla. Anzi, accadde che proprio l’accentramento del potere nella curia romana portò ad una diffusione del fenomeno anche in questa: cosicché, in breve, alla polemica contro il clero simoniaco si unì quella contro la simonia curiale e neppure alcune nomine al soglio pontificio furono esenti da sospetti di simonia. 

Se in Germania, in particolare con Enrico III e con Corrado II, furono promosse misure drastiche per scongiurare la pratica simoniaca, in Italia il movimento popolare milanese della Pataria, l'azione riformatrice e moralizzatrice del teologo e cardinale Pier Damiani e l'operato di San Giovanni Gualberto – fondatore della Congregazione Vallambrosana nel 1039 – combatterono attivamente il malcostume del clero, estendendo la critica non solo alla semplice compravendita di cariche e benefici religiosi ma anche, e soprattutto, alla condotta morale dei religiosi, sollevando problemi di indegnità, come la questione del concubinaggio e delle ingenti fortune patrimoniali del clero secolare. Umberto di Silva Candida, cardinale e vescovo francese, stretto collaboratore dei Pontefici Leone IX e Niccolò II, vissuto nell’XI secolo, scrisse una famosa opera nel 1057 espressamente dedicata al fenomeno, l'Adversus Simoniacos libri tres.  

Tutte queste istanze estesero, praticamente, il concetto di simonia (tecnicamente ristretto alla compravendita di dignità ed incarichi ecclesiastici, come summenzionato) non soltanto ad ogni commercio venale legato al sacro, ma anche a molte delle ingerenze dei laici rese illegittime dal Papato e, invece, da tempo impiegate come coerente strumento di governo e di controllo di vescovi e di abati da parte della monarchia.

I molteplici tentativi di Riforma cattolica tra il Quattrocento e il Cinquecento, la Riforma luterana, la Controriforma cattolica criticarono ed affrontarono, da vari punti di vista, morale, canonico e politico, il problema della simonia finché il I Concilio di Trento (1545-1563) definì la legislazione in proposito, condannandola severamente e bollandola come fenomeno di malcostume immorale ed indecoroso.

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