Petrarca, la riscoperta dell’uomo moderno

Petrarca è la più alta personificazione del tormento di un profondo dissidio interiore fra ideali di vita cristiana e amore, gloria e poesia. Questi riflettono fortemente e spudoratamente il contrasto tra due civiltà: quella medievale, incentrata sull’idea della trascendenza e sulla visione dell’altra vita come guida e giustificazione di quella terrena; quella umanistico-rinascimentale, fondata sulla rivalutazione globale dell’autonomia, della dignità e della bellezza della vita terrena e sulla conseguente riflessione sulla gloria dell’individuo nella storia. L’ambito di meditazione petrarchesca è più ristretto di quello di Dante (latino medievale, Scolastica aristotelica, teologia come culmine d’ogni dottrina e gli autori classici per modelli, ma reinterpretati alla luce della rivelazione cristiana). In Petrarca, infatti, al centro vi è il dramma di peccato e redenzione nella coscienza individuale.

In particolare, poi, è il fondatore dell’Umanesimo, movimento culturale che si sviluppa tra il ‘300 e il ‘400 e pone al centro gli studia humanitatis che danno all’uomo coscienza di sé. Dalla volontà di ricostruire il mondo antico nella sua integrità, nasce una nuova disciplina, la filologia. Si tratta dell’arte di ricostruire un testo antico in modo autentico, liberandolo dagli errori che ne hanno corrotto la trasmissione nel tempo (es. un po’ come avviene con il gioco moderno del telefono senza fili, nel quale risalire alla parola originaria diventa quasi un’impresa. È questa la sfida che si pone la disciplina della filologia). Al recupero di una lingua corrisponde, inevitabilmente, quello di un intero mondo. La petrarchesca attività di scrittore si traduce in un costante scandaglio (strumento marino che si usa per misurare la profondità dell’acqua durante la navigazione) della propria coscienza e della condizione umana.

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