Quando arpie erano solo le Arpie

La mitologia greca è piena di racconti di creature fantastiche che a volte e in parte presentano aspetto umano. In queste creature la parte umana era spesso rappresentata da quella femminile e sempre -quando accadeva- il loro aspetto e i racconti sulle loro vicende le ritraggono come esseri mostruosi e malvagi.

Il lessico italiano conserva spesso i nomi propri di queste creature trasformandoli in aggettivi dalla connotazione negativa: è il caso del nostro 'arpia', che indica una donna  particolarmente malvagia e avida. Una donna: ma nella mitologia l'arpia aveva solo il volto di donna, mentre il suo corpo era quello di un uccello (da non confondere con le sirene, anch'esse dall'aspetto misto, per metà donna e per metà uccello: donne dal busto in su, uccelli dal busto in giù).

Etimologicamente il nome di queste creature è da collegare al verbo greco ἀρπάζω (arpázo) che significa "rapire", "prendere con la forza" ad indicare l'atto che sempre viene ricordato quando si racconta delle Arpie. Numerose sono le fonti antiche che ci tramandano notizie su queste creature.

Esiodo nella sua Teogonia racconta che le Arpie Aello e Ocipete erano le figlie di Taumante e  di Elettra, a sua volta figlia di Oceano, e sorelle di Iris, dea dell'arcobaleno: "Taumante sposò Elettra figlia di Oceano dalla bella corrente; essa generò Iris e le Arpie dalle belle chiome, Aello e Ocipete, le quali con le ali veloci hanno la stessa andatura del soffio dei venti e degli uccelli; infatti si alzavano in volo nell'aria."

Ancora Esiodo, stavolta nel Catalogo delle donne (frammenti 71-72)-e con lui Apollodoro nella Biblioteca (I 9. 21)- ci fornisce il racconto delle vicende che le videro protagoniste: ogniqualvolta Fineo, uno dei re della Tracia, si apprestava a mettersi a tavola le Arpie piombavano giù dal cielo e portavano via gran parte del cibo, rendendo maleodorante il restante. L'occasione al cieco re di liberarsi delle razzie di queste creature fu fornita dall'arrivo presso di lui della nave Argo salpata alla volta della Colchide per portare a termine l'impresa di Giasone di riconquistare il vello d'oro. In cambio dell'indicazione della rotta da seguire, Fineo chiede agli Argonauti di liberarlo da quelle creature. I figli di Borea Zete e Calais,  che avevano le ali, quando per l'ennesima volta le Arpie si avvicinarono alla mensa di Fineo, presero ad inseguirle, giungendo fino alle isole Strofadi, così chiamate in seguito alla caduta sulla spiaggia dell'arpia. .il poeta e il mitografo raccontano che Zete e Calais le inseguirono "fino al monte Flegreo e all'Etna scoscesa e all'isola di Ortigia [...] cercando di afferrare le Arpie, mentre queste cercavano di fuggire via e trovare scampo; [...] mentre le Arpie erano inseguite, una cadde all'altezza del Peloponneso nel fiume Tigri, che oggi da lei viene chiamato Arpis: quest'arpia alcuni la chiamano Nicotoe, altri Aellopode. L'altra chiamata Ocipete, oppure come la chiamano alcuni Ocitoe (Esiodo la chiama Ocipode), fuggendo attraverso la Propontide giunse alle isole Echinadi, che ora sono chiamate da lei Strofadi." 

Nel III libro dell'Eneide (vv.209-234), quando nel suo peregrinare alla volta del Lazio Enea giunge alle rive delle Strofadi, incontra le Arpie: Virgilio narra che quelle isole erano abitate da Celeno e da altre Arpie, dopo che queste avevano lasciato Fineo, e le descrive come creature donne nel volto, ma uccelli nel corpo, dotate di artigli adunchi e di grandi ali delle quali si servivano per precipitarsi in volo sulle loro vittime. Quello che descrive Apollodoro viene ripreso nella narrazione virgiliana: anche ad Enea e ai suoi capita quello che era capitato a Fineo, tanto che i Troiani sono costretti a rimettersi in mare per sfuggire alle Arpie. Virgilio le definisce "virginei volucrum voltus" "Volti di donna su corpi di uccelli"(v.216), in maniera simile si riferisce a loro Ovidio nelle Metamorfosi "virgineas volucres" "donne uccello" (VII v.4), quando comincia a raccontare di Giasone e Medea.

La tradizione su queste creature si presenta omogenea: sempre da Esiodo a Ovidio sono creature che presentano una natura mista, dal volto di donna e dal corpo di uccello; sempre sono ricordate in relazione alla loro attitudine a strappare via il cibo e insozzare le mense, in ossequio al significato del loro nome. I nomi propri che la tradizione ci tramanda delle Arpie alludono a delle loro caratteristiche peculiari: Aello rappresentava etimologicamente la tempesta di vento, Ocipete colei dal rapido volo, Celeno l'oscura e Podarge (ricordata nell'Iliade come madre di Xanto e Balio, i cavalli di Achille,  avuti dal dio del vento Zefiro) la più veloce.

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